Virgilio – Racconti a puntate

Capitolo I

Copyright© by Carla Saltelli

La sera arriva strisciando, d’estate, con la stessa malevolenza di un morbo che si espande e ignora tutti i segnali di una salute ferrea. Persino i giorni di Luglio devono soccombere alla sera, presto o tardi, senza sapere che così facendo provocano un preciso segnale.

Chi dice che l’umanità non sia più influenzata dall’alternarsi di giorno e notte non ha mai visto la fiumana di veicoli di ritorno verso casa. Un fiume d’acciaio che si muove lentamente, spinto da un bisogno antico come il mondo. Le luci iniziano ad accumularsi in maniera prima affascinante, poi fastidiosa, fino ad arrivare ad uno stato quasi sospeso, una cappa lucida che riesce ad oscurare le stelle. C’è chi dice che la notte non vinca mai, non nelle grandi metropoli dove basta un gesto per rischiarare a giorno l’aria della sera.

Eppure, in alcuni angoli della città, ci sono ancora anfratti che una luce artificiale non riesce a vincere con la stessa facilità con cui vince le costellazioni.

In uno di quegli anfratti, in un normale appartamento di uno dei tanti palazzi, sta squillando un telefono.

Il termine tecnico sarebbe cellulare, probabilmente, anche se il modello che continua a ronzare e fischiettare non pare uno degli ultimi esemplari disponibili sul mercato. Piuttosto tozzo, anche se nuovo, all’apparenza, non presenterebbe grandi attrattive per le nuove generazioni neppure se fosse l’ultimo oggetto del negozio. La vibrazione di una chiamata interminabile rimbomba contro il piano rigido del tavolino di legno dove l’apparecchio è stato abbandonato, solo. Il suono ripetitivo rimbalza contro i muri chiari, contro gli scaffali e i libri che essi contengono, contro la vetrata che dà su un panorama notevole, nonostante la scarsa altezza del palazzo. E contro la cassa rettangolare, di legno marcio, che si trova al centro di quel salotto altrimenti lindo.

Sembra quasi che nel mezzo di un appartamento da rivista di arredamento qualcuno abbia deciso di inserire un oggetto recuperato in un fosso. Il terriccio denso macchia le assi dissestate e il pavimento sotto di esse, riempiendo l’aria di un odore selvatico e umido.

Sotto le luci soffuse delle lampade inspiegabilmente accese, data l’assenza di una qualsiasi presenza umana nella stanza, la terra scura colma la cassa, leggermente smossa. Pare quasi che qualcuno vi abbia seminato dentro qualcosa, ma è impossibile distinguere semi o germogli, anche avvicinandosi al bordo delle assi. Colmare le distanze con l’oggetto, poi, non sembra una buona idea: c’è qualcosa di inquietante in quella strana disposizione, in quel terriccio e in quel cellulare, che continua instancabilmente a suonare.

Non c’è nessuno che sembra disposto a voler mettere fine al rumore: il piccolo appartamento è vuoto, dal salotto, alla cucina fino alle stanze dal letto. È tutto in attesa, di un evento o di una persona, eppure il cellulare sta suonando da abbastanza tempo da far insorgere il dubbio che non ci sia neppure qualcuno negli appartamenti confinanti, pronto a protestare.

È sera inoltrata quando le luci della stanza sfarfallano, cedono per qualche istante e ritornano ad accendersi, solo per un secondo. Si sente un quieto scricchiolio, inevitabile come quello di un insetto preso sotto una scarpa e, finalmente, il trillo del telefono si arresta. Il cellulare si è contorto, spinto da una stretta più forte e invisibile di quella di una comune mano: il corpo tozzo ha perso pezzi di plastica sul tavolino lucido, arrendendosi quando la batteria è stata sbriciolata.

Per qualche minuto, in quella stanza fuori norma ritorna il silenzio e le luci soffuse continuano ad illuminare la terra immobile. Da lontano arrivano delle proteste dalla fiumana di veicoli, perchè la notte incombe già e c’è una nuova urgenza nell’aria, che gli umani fiutano come tante piccole prede.

Poi un altro trillo spezza il silenzio, con più insistenza.

Un orecchio fine probabilmente sarebbe in grado di sentire una lieve imprecazione, quasi sospirata, ma non riuscirebbe a vedere la persona che l’ha pronunciata. Lentamente, sotto l’occhio attento delle lampade, la terra si smuove, le piccole zolle si scostano, come spinte dalla crescita soprannaturale di qualche seme. Ma non è un germoglio che emerge dal terriccio, è una testa: sporca e ricoperta di fango umido, è quasi irriconoscibile nei lineamenti. È seguita da un paio di spalle, da braccia stanche che si appoggiano ai bordi della cassa, almeno per qualche secondo.

La pelle nuda è di uno strano colore cupo, a prima vista marrone, ma con un’innegabile sfumatura che tende al rosso scuro. Impossibile capire la razza dell’individuo, così come le sue caratteristiche basilari, i tratti, il colore dei capelli lunghi. Parrebbe un uomo, dotato delle spalle di un lavoratore e di mani troppo prepotenti per essere femminili. Mano a mano che emerge dalla terra, senza barcollare più del dovuto, la sua stazza comincia a delinearsi, facendolo rientrare nei canoni della normalità.

La terra lo ricopre con uno straordinario e inconsueto attaccamento, come una sorta di colla, o di ricopertura umida. Ha gli occhi chiusi quando esce dalla cassa, a tentoni come se fosse del tutto estraneo all’ambiente in cui si trova. Il fango gli ricopre il viso, gli nasconde quasi del tutto le labbra e trasforma i suoi lineamenti in una maschera di cera sporca che qualcuno si è divertito a sciogliere. Da vicino quella creatura ha ben poco di umano: le mani artigliate si muovono a spasmi e la sua testa per metà è deturpata dal fango e per l’altra metà è nascosta da una chioma infangata e più simile al pelo troppo lungo di un animale. Non c’è spavento, tuttavia, nei suoi gesti, nè fretta. Con la calma di una persona che si sveglia nel suo letto, si raddrizza, rigido e prende il primo respiro.

L’aria pare gonfiargli i polmoni con una leggera fatica, come se trovasse degli ostacoli lungo la via, prima di arrivare al petto. Quando il torace si sgonfia, la testa marrone si volta verso la causa dell’incessante rumore e quello che non può vedere è un telefono di un’altra epoca.

Troppo vecchio per essere ancora usato, non abbastanza da essere visto come un oggetto da antiquariato, il grosso telefono bombato sembra posseduto da una chiamata interminabile, che lo scuote tutto.

Il passo dell’uomo è privo di esitazioni nel dirigersi verso l’apparecchio, ma la mancanza della vista si fa sentire quando la sua gamba urta violentemente la gamba del tavolo da pranzo. Si sente un’altra imprecazione, ma stavolta è facile individuare il responsabile.

Quando la mano della creatura trova la cornetta, la sua presa è forte e sporca di terra. Il rumore cessa all’istante, rimpiazzato da un ronzio che si potrebbe udire solo avvicinandosi molto alla scena, fino quasi ad appoggiarsi alla guancia sporca dell’uomo.

“Ho sentito.” è un annuncio quasi stanco, mosso dietro il fango. La sua voce non ha nulla di mostruoso o soprannaturale, non rimbomba nè inquieta. Pare semplicemente il tono di un individuo svegliato da poco dopo un lungo riposo e una giornata altrettanto lunga di lavoro.

“La porta a destra.”

Chiunque altro si sarebbe dato ad una lunga sequela di insulti e di minacce contro il proprio interlocutore e il telefono innocente, ma nessuna rabbia pare nascere nella creatura, dopo una conversazione tanto misera. Per essere un mostro di fango, il suo modo di rimettere a posto la cornetta è fin troppo civile, come lo è il suo passo incerto, mentre si sposta verso destra.

Come un cieco senza un adeguato senso dell’orientamento, l’uomo barcolla verso la porta aperta e una stanza ugualmente illuminata da lampadine avare di luce. Non c’è nulla di strano nel bagno in cui si ritrova il mostro, nulla di inquietante nelle piastrelle lucide e nelle ceramiche apparentemente intatte.

La scia di fango che la creatura si lascia dietro finisce in una doccia e sotto l’inclemente pressione di un getto gelato. Altra imprecazione, stavolta più chiara, mano a mano che l’acqua fa scivolare via la sua maschera di fango.

Ci vogliono svariati minuti, forse addirittura un’ora intera per togliere quella patina di terriccio, per sciogliere le zolle più affezionate, per liberare la pelle. L’essere poggia la testa contro le piastrelle fredde e non si muove, fermo come una statua di fango, stanco e rassegnato come un lavoratore insoddisfatto dalla vita. Gradatamente, il suo corpo muta da marrone cupo, a rosso acceso, ad un normale rosa carne. L’acqua rivela un viso nella norma, di un uomo sulla trentina, una barba incolta, dei capelli scuri lasciati crescere per incuria. Alla fine un occhio si apre, e si focalizza, con difficoltà, su quello che lo circonda. L’altro rimane chiuso da una cicatrice che gli spezza il sopracciglio e gli attraversa la palpebra, per fermarsi sulla parte alta dello zigomo, come una cucitura particolarmente profonda.

Quando emerge dal vapore, c’è fango sciolto ovunque, ma la figura dell’uomo appare straordinariamente pulita, per contrasto. Da mostro, ora le sue apparenze ricordano più quelle di un uomo che non ha visto per molto tempo un ambiente civilizzato. Eppure, nonostante il suo atteggiamento spaesato, c’è sicurezza nei suoi gesti, la certezza di una procedura che deve essere completata.

Ci sono pochi oggetti in quel bagno, frutto di una preparazione semplice, ma precisa: il ronzio del rasoio elettrico inizia a risuonare ancora prima che le gocce smettano di cadere dal corpo di lui. Il lavandino immacolato si riempie di capelli arruffati, poi di una barba crespa. Gli artigli cadono sotto un paio di forbici robuste, lasciando solo delle mani forti, umane. L’uomo si dedica a quelle occupazioni con la stessa cura di come ci si dedicherebbe ad un rito sacro.

Quando emerge dal bagno, la trasformazione è ultimata e la crisalide è stata abbandonata sul pavimento del bagno, sotto forma di fango. Non c’è nulla di mostruoso nell’uomo nudo che si aggira per l’appartamento, adesso: leggermente più basso della media maschile, possiede il fisico massiccio di chi sarebbe adatto a coltivare la terra e dissodare terreni. Non è quello che si può definire un bell’uomo, ma c’è una sicurezza piacevole nel suo portamento che neanche la cicatrice riesce a portargli via. Rasato e pulito, sembra il prototipo dell’uomo ordinato, ma non fino al punto da risultare ossessivo, o il fango sparso per tutto l’appartamento costituirebbe un problema.

In quello spazio ridotto, non sarebbe difficile per nessuno trovare di che vestirsi, specie perchè la stessa mano precisa del bagno ha provveduto a lasciare un completo pulito e ripiegato sul grande letto. Non pare l’abbigliamento classico di chi svolge una professione manuale, ma non ci sono reazioni di sorpresa da parte dell’uomo.

“Ci siamo fermati a fantasia, per fortuna.” È l’unico borbottio distinguibile, mentre la cravatta viene lanciata via, nel processo. Anche la vestizione appare come qualcosa di sacro, ma non ci sono luci, nè voci angeliche quando le maniche vengono sistemate. Ad accogliere l’ultimo gesto di questa strana muta, c’è solo lo squillo del telefono.

È con maggiore sicurezza, stavolta, che l’uomo attraversa l’appartamento, estraendo un fazzoletto dalla tasca per afferrare la cornetta, questa volta. Il fango non pare disgustarlo e la cassa abbandonata non riceve alcuna ulteriore attenzione.

“Per curiosità, cos’era quell’affare?” Senza il fango a ricoprirgli la bocca, la sua parlantina si fa più elaborata e piacevole, quasi impostata, come la voce di un cantante di vecchia data.

“Un cellulare. Un telefono portatile.” Il ronzio che accompagna la risposta dell’interlocutore non pare turbare l’uomo.

“Buon Dio. Dimmi in che anno siamo e sii delicato.”

“2014. Purtroppo siamo nel pieno dei mesi caldi, a luglio. Oggi è l’undici, un venerdì.” Metodica e calma, la voce scandisce ogni parola come se fosse vitale.

“Un brutto momento per svegliarsi. Ho ancora una macchina?” Il suo sguardo vaga per la stanza, improvvisamente curioso, come a voler cogliere qualcosa di strano, qualche differenza notevole. Non sembra trovarne, dal momento che l’appartamento ha ben poco di futuristico.

“Certamente, stesso modello. Mi sono solo permesso di cambiare il motore, motivi legali. Se ha una penna le dico dove può trovarla.”

La penna in questione, ovviamente, è lì sul tavolo da pranzo, proprio accanto al grosso telefono, allineata da una precisione geometrica con un blocchetto per gli appunti immacolato. L’uomo sorride senza troppi sforzi e il suo viso stanco ne trae beneficio in termini di fascino, “Come farei senza di te, Marco.” – to be Continued…

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