The Wolf’s Witchcraft – Racconti a puntate

CAPITOLO 1 

Copyright© by Carla Saltelli e Michela Rusconi

Sarebbe stato bello avere una giornata normale, almeno una volta nella mia vita. Non ho mai chiesto tanto, solo una breve, solitaria, misera giornata secondo gli standard del vivere civile. Pare noioso come desiderio, forse, persino anormale, per gente che non vuole altro che sentirsi speciale, almeno per qualche ora. Non ho mai condiviso questa frenesia ma forse é vero ció che si dice in giro: una persona desidera ció che non avrá mai. Ho superato i trent’anni e ancora non ho vissuto un singolo giorno normale. Direi che é ora di cambiare, un poco. Forse l’avvenimento piú normale che ricordi risale alla mia nascita, a quella mattinata troppo fresca per appartenere ad un’estate tra i colli assolati delle Lande. Ce ne sono tanti che nascono come me, figli delle sfortunate donne ai margini dei villaggi, le anime perse delle casupole di legno marcio, morte che non sanno che al primo attacco non ci saranno mura a proteggerle o nascondigli per sfuggire al nemico. Prostitute, in poche parole. Sono giovani belle e povere, troppo belle per fare le contadine, troppo povere per diventare le mogli di qualche mercante o di un nobilotto della zona. La maggior parte di loro inizia la propria magra carriera con uno stupro, magari da parte di qualche membro di quella societá di elite in cui loro non entreranno mai. La fama di una bella popolana porta, in pochi anni, piú o meno mano a mano che il seno ha il suo sviluppo, a voci piú o meno vergognose, piú o meno fondate. L’esilio dal villaggio arriva di solito sui sedici anni, ma alcune di queste donne ci nascono fuori dalle mura e in genere hanno piú possibilitá di rimanere in vita per piú tempo. La loro aspettativa di vita, comunque, non supera i ventidue anni d’etá, nel migliore dei casi. Le cause di una morte premature possono essere tante e neppure tanto drammatiche: di solito é una malattia per cui non si hanno i rimedi adatti, una piccola ferita che si aggrava, un’incursione di barbari o di briganti. Fuori dal villaggio anche il minimo pericolo puó portare alla morte, una morte di cui nessuno si cura, persa e lontana in quei colli che paiono estendersi all’infinito. Mia madre nacque fuori dal villaggio, da una donna di cui non ricorda neppure il nome, sempre che ne avesse uno. Non era l’unica comunque, assieme a lei c’erano tanti altri bambini, mori, biondi e rossi, un gruppo numeroso e rumoroso. Non erano tutti figli della stessa donna e di sicuro non dello stesso uomo: erano degli animali, piccoli trovatelli e orfani di guerra, o piú semplicemente gli sfortunati sopravvissuti di altre prostitute, destinati solo ad una morte piú lenta. In un ambiente del genere, non so come fosse riuscita mia madre a diventare la donna che poi ho conosciuto, cosí umana e materna. La ricordo eternamente giovane, con un bel sorriso stampato sul volto pieno di lentiggini e con una voce morbida. Per me era perfetta, l’unica cosa che potessi desiderare all’interno del mio piccolo mondo. Ho scoperto solo dopo di quanto potesse essere inadeguata ad allevare dei bambini, non tanto per la sua professione o per l’incapacitá di offrire qualche tipo di sicurezza, ma per la sua totale mancanza di nozioni basilari. Non ricordo di aver mai visto mia madre scrivere, leggere, né mai le ho sentito usare qualche parola al di fuori del vocabolario base per comunicare con un essere umano. Per la maggior parte del tempo io e mia madre comunicavamo a gesti o a sguardi e in molti casi le nostre opinioni combaciavano, nonostante io fossi solo un bambino e lei una donna fatta e finita. In realtá credo che non fosse mai cresciuta davvero, preferendo rimanere un’eterna ragazzina in un mondo che non ti concede di rimanere innocente e spensierato a lungo. Ai suoi quindici anni nacqui io, un bambino fin troppo voluto per essere figlio di una prostituta ai margini del mondo civile. Ricordo qualcosa dei miei primi anni di vita e, stranamente, in quei pochi lampi di memoria c’é anche un uomo, un gigante buono con la barba che mi prende in braccio e mi fa poggiare le mani sul suo viso, che ride quando gli tiro i baffi. Non so se fosse lui mio padre, ricordo che in comune avevamo i capelli scuri, ma lui aveva giá una certa etá ed il suo viso era troppo segnato dalle preoccupazioni perché io potessi ritrovarvi qualche mio lineamento. Di certo per me era la figura piú simle a quella che un padre puó dare e indubbiamente l’unica che avessi. Mi insegnó a reggermi sui miei piedi malfermi, mi aiutó a rialzarmi le volte che cadevo, mentre trottavo per la piccola stanza della nostra casupola. Ricordo le assi di legno disconnesse sotto i miei piedi nudi, ma nei miei ricordi era una sensazione tiepida e piacevole, forse perché allora c’era qualcuno in grado di raccogliere la legna per i camino. O forse perché quel piccolo sogno famigliare era sufficiente per scaldarci tutti. Vivevamo nella nostra isola beata ai margini del bosco, con alle spalle le mura del paese e davanti a noi un oceano verde di foglie e rami sempre in movimento. Il gigante mi portava fuori sulle sue spalle, mi indicava alcuni alberi, imitava il verso di alcuni volatili e mi faceva addormentare al suono delle fronde scosse dal vento. Forse questi sono stati i momenti piú normali della mia vita. Poi il gigante se ne andó. Non ci furono avvertimenti, almeno non per me: mi svegliai solo, nella nostra stanza in cui dormivamo tutti assieme, una mattina, con il suono dei singhiozzi della mia piccola madre che echeggiavano dall’altra stanza. Avevo solo tre anni e la mia falcata non era sicura, ma non esitai neppure un istante a lanciarmi fuori dalla casa, lungo l’unico sentiero che conoscessi. Sapevo che strada imboccare, era quella da cui il gigante mi aveva detto di provenire, l’unica che riconoscessi davvero. Immagino che inciampai piú volte nella polvere e nel fango, ma non me ne curai: stavo inseguendo l’unico padre che avevo avuto e che non avrei mai piú visto. Quando arrivai alla strada principale, trovai solo polvere e un intrico disordinato di orme di zoccoli dirette in qualsiasi direzione. Di lui non c’era traccia e io non sapevo come trovarlo, ma dentro di me sperai di vederlo tornare. Continuai a sperare fino a sera, seduto sul ciglio della strada, ma lungo quel largo sentiero non passó che un mercante diretto al villaggio. Con lui viaggiava la moglie, una signora molto gentile, che si fermó a porgermi un frutto, forse vedendomi troppo magro e piccolo per la mia etá, come un cucciolo abbandonato. A sera realizzai anch’io ció che quella donna aveva intuito senza sapere nulla: ero stato abbandonato, ma non ero solo. Me ne tornai a casa, stanco e affamato, nonostante il frutto e trovai mia madre esattamente dove l’avevo lasciata. Se ne stava accasciata sulla sedia che il gigante aveva costruito, na bella sedia massiccia, poco adatta a una donna minuta come lei, e piangeva. Mi chiesi se non avesse smesso di piangere da questa mattina, quando me n’ero andato e se avrebbe continuato ancora per molto. Avevo fame, lei aveva fame, ma invece che buttare qualcosa nella piccola pentola sul camino per fingere di dare alle radici un sapore migliore, rimaneva lí a piangere. Sembrava quasi piú indifesa di me e forse mosse a pietá anche la coscienza poco sviluppata di un bambino di tre anni. Ricordo che afferrai qualche erba e qualche altra robaccia che per me era simile al cibo che di solito mangiavamo, ma nulla riusciva a ricordarmi quei pasti tranquilli quando in quella casa eravamo in tre. Alla fine penso che venne fuori un ammasso colloso e verde, piú adatto ad un bovino che ad un essere umano. Forse é per questo che feci tanta fatica a convincere mia madre a mangiare, ma penso che anche se le avessi portato il pasto migliore della zona lei comunque si sarebbe rifiutata. Mi sembró di avere a che fare con una bambina della mia etá e non con una donna ormai cresciuta: dovetti infilarle in bocca il cibo a forza e ancora mi stupisco di come avesse potuto venire in mente ad un bambino che mangiare era cosí importante da convincerlo a nutrire a forza la propria stessa madre. Alla fine eravamo entrambi in lacrime, sporchi di verdura puzzolente e piú stanchi che mai, ma almeno avevamo messo qualcosa di nutriente nello stomaco. Eppure, nonostante il cibo e il fuoco nel camino, quella casa sembrava giá vuota e fredda. Ci sentivamo soli, lontanti da tutti e rifiutati da tutti, troppo vicini ad un bosco che sembrava essere diventato improvvisamente ostile. Dormimmo assieme su quella sedia, l’unica cosa che ancora ci desse un poco di conforto, ma la mattina dopo la casa era sempre vuota e sempre piú fredda e allora capimmo che dovevamo arrangiarci da soli. Fu cosí che imparai le due regole piú importanti della mia vita, non fidarsi mai della gente del villaggio e non restare mai in casa quando ci sono dei clienti. La prima mi fu subito chiara quando mia madre mi mandó a comprare qualche provvista con le poche monete in nostro possesso. Probabilmente il gigante, prima di andarsene, ci aveva lasciato qualcosa, non so se per ripagare mia madre per il tempo trascorso assieme o per assicurarci qualche anno di vita in piú. Il problema stava nel fatto che né io né lei conoscevamo il villaggio, ma mia madre, in compenso, aveva un terrore ancestrale di quella gente, talmente profondo da renderla completamente inutile per un incarico simile. Dovetti pensarci io, bambino di tre anni con la camminata non piú malferma, almeno e fu cosí che entrai nel villaggio per la prima volta. Ricordo le strade polverose e la gente grigia: grigi i volti, grigi i vestiti, grigio l’umore. Mi guardavano senza espressione, accogliendomi con la diffidenza tipica di una bestia che si vede entrare un predatore nel territorio. Ricordo la case, cosí simili le une alle altre, in legno e pietra, grigie come tutto il resto. Per la prima volta sentii davvero la mancanza del bosco, con i suoi suoni, con il vento sempre presente a muovere le fronde, con i suoi spazi. In quel paese tutto mi sembrava stringersi addosso alla mia persona, le case incombevano su di me, le persone incombevano su di me. Persino gli animali mi osservavano con un indifferente distacco che sapeva piú di ostilitá che di altro. In realtá era un semplice paese come un altro, anche se quando vi tornai, almeno dieci anni dopo, non trovai che macerie e tombe, ma anche questo era prevedibile, per villaggi come quello. Gli abitanti del luogo sapevano di avere poche possibilitá in piú rispetto alle donne reiette che cacciavano periodicamente fuori dalle mura. Avrebbero resistito qualche anno, arroccati dietro le loro palafitte, al riparo tra le loro solide mura, ma presto o tardi sarebbe arrivato un gruppo di briganti piú organizzato, o l’esercito di qualche signorotto ambizioso e loro avrebbero finito di esistere, esattamente come mia madre. Immagino che non sia facile vivere con una consapevolezza simile, ma per svariati motivi non sono mai riuscito a provare pietá per quella gente. Ricordo di non aver fatto molta strada nel villaggio, prima di essere riconosciuto come un estraneo: posso ancora sentire il calore di quelle poche monete che stringevo tra le mani, il metallo ruvido che mi dava una sensazione sgradevole alla pelle. Ricordo che ad un certo punto attorno a me esplose un gran rumore, un coro di voci indignate scatenate, forse, dal piú coraggioso o da piú crudele del gruppo. Il cerchio di facce attorno a me si strinse pericolosamente e fu come guardare tante maschere infuriate, sospese sopra di me e cin tante mani protese pronte a darmi la caccia. Non so bene quale fu la mia mossa, ma sicuramente fu dettata dall’istinto e, ad ogni modo, non ebbi il tempo di portarla a termine. Qualcuno mi prese per i capelli, una presa forte e del tutto incurante della mia giovane etá, e io istintivamente rinunciai alla lotta, lasciandomi trascinare via tra grida e impecazioni. Non riuscii neppure a vedere il tanto sospirato mercato, su cui avevo fantasticato per una notte intera, immaginando oggetti di ogni tipo e cibi strani, che forse mi sarebbe stato permesso di assaggiare. Per la prima volta, sentii un insulto, una parola strana che mi colpì la mente, esattamente come tutti gli insulti che seguirono. Mi ricordo il panico, l’assoluto terrore mentre venivo trascinato via e fissavo le facce congestionate dall’ira attorno a me, così grottesche e orribili da sembrare mostri. Non erano simili né al viso di mia madre né a quello del gigante, erano volti ossuti, grigi e dalle bocche enormi che sembravano volermi divorare. Urlai per tutto il tempo, disperandomi e scalciando mentre le monete mi venivano tolte o cadevano a terra, finendo nelle mani di qualche paesano scaltro. Persi due cose importanti quel giorno: la fiducia nel prossimo e l’unica speranza di sopravvivere in modo civile. – To be continued…

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