The Wolf’s Witchcraft – Racconti a puntate

CAPITOLO 1 – CONTINUA

Copyright© by Carla Saltelli e Michela Rusconi

Venni scaraventato fuori dalle porte del villaggio, in un coro di brutte risate e di ulteriori insulti: finii nella polvere e per un attimo fui troppo stordito e spaventato per muovermi. Ero un bambino furbo, però, e se anche non lo fossi stato, il primo sasso mi convinse a far lavorare le gambe per rialzarmi il più velocemente possibile e correre via, lontano, in qualsiasi direzione. I sassi mi sfrecciarono attorno, uno mi colpì dolorosamente alla spalla, uno mi sfiorò l’orecchio e me lo fece bruciare, ma in pochi attimi le voci gracchianti furono lontane e ad accogliermi ci fu di nuovo la foresta.

Ero così spaventato che mi persi in quella che consideravo casa mia e fu solo a sera inoltrata che riuscii a ritrovare la strada di casa, impolverato, in lacrime e dolorante. Mia madre pianse nel vedermi in quello stato, poi scoprii che non avevo né cibo né denaro e pianse ancora di più, con singhiozzi che mi diedero una strana sensazione allo stomaco, come di angoscia e fame assieme.
Il mattino dopo mia madre ad accogliere uomini nel suo letto e io non la vidi mai più piangere. Ogni mattina usciva di casa con un’espressione impassibile dipinta sul viso e camminava fino a raggiungere la strada, tagliando per la scorciatoia dei boschi che il gigante ci aveva insegnato. Non era una via sicura, ma di giorno gli animali non erano troppi aggressivi e, ad ogni modo, nessuno di loro si permise mai di attaccare me. Io seguivo mia madre per il viaggio d’andata, nascosto tra i cespugli o tra i rami di qualche albero caduto. Ogni tanto ebbi il sospetto che lei in realtà sapesse benissimo della mia presenza, ma non disse mai nulla e io rimasi convinto di poterla spiare senza essere visto. Una volta arrivata alla strada, io la lasciavo andare e tornavo nei boschi a prendere legna, a raccogliere bacche e radici. Lei si metteva in mostra, con quei suoi capelli rossine quel viso da ragazzina, sollevando le gonne di un abito logoro, ma attillato, l’unico abito decoroso che avesse, immagino. All’inizio pensavo fosse un regalo del gigante, poi capii che mia madre non avrebbe mai indossato nulla di suo mentre intratteneva altri uomini, da ragazzina ancora innamorata. Fu durante uno di quei giorni che appresi la seconda regola.
Le prostitute non vendevano il proprio corpo per strada, o almeno, non quelle delle Lande. Al mattino si facevano vedere alle carovane e ai cavalli diretti alla città, al pomeriggio e alla sera accoglievano i loro veri clienti, coloro di cui avevano stimolato l’interesse, nelle loro casupole isolate. Molte venivano violentate, altre venivano uccise per evitare di pagare il prezzo, ma erano casi più rari di quello che si poteva pensare, anche se spesso si trovava qualche cadavere anonimo, di qualche anonima donna, galleggiare sulle placide acque del torrente. Io, troppo piccolo per capire queste dinamiche senza una dovuta spiegazione, entrai in casa, sul finire di un pomeriggio troppo caldo. Avevo le braccia piene di rami e la resina e le schegge mi davano fastidio alla pelle, l’afa mi aveva tolto quelle poche energie che un bambino malnutrito poteva possedere. Nella penombra della nostra casa, assieme all’odore di muffa, c’era anche quello di un’altra persona, di un altro uomo. Era un odore strano, apparentemente normale, ma mi risultava spiacevole, quasi sgradito. Quella era casa mia, dopotutto, nessun altro maschio a parte il gigante poteva entrarvi, nella mia mente. Non fu neppure quello che mi spinse ad abbandonare la legna, furono i rumori: strani grugniti e ansimi che non avevo mai udito prima d’ora. Mi sembravano i versi di qualche animale stanco e malato e mi diedero una bizzarra e spiacevole stretta allo stomaco. Forse più terrorizzato che incuriosito, mi ritrovai nella nostra stanza comune, la stanza in cui io, mia madre e il gigante dormivamo assieme. Mi resi conto solo allora di quanto fosse sacro per me quel luogo, nel momento in cui vidi un uomo sconosciuto tra le gambe di mia madre. Mi ricorderò per sempre l’espressione di lei, prima di accorgersi della mia presenza: era spenta, di attesa, assolutamente non partecipe di quello che stava succedendo, terribilmente muta di fronte agli ansimi di lui. Si limitava a sobbalzare ai colpi di lui, del tutto inerte, come una bambola di pezza. Questa scena mi ha acompagnato nel corso nella mia intera esistenza, costringendomi a tenermi alla larga dai bordelli, anche dai più raffinati. La sola idea di rivedere quella stessa espressione, quella paziente attesa, quella speranza che tutto finisca al più presto, è stata sempre sufficiente a togliermi qualsiasi sfizio.
Allora non dissi nulla, sia chiaro: non so se il gigante e mia madre facessero sesso, ma immagino di sì, dal momento che mi avevano concepito, eppure non avevo memoria di un loro amplesso. Quello fu il mio primo contatto con il mondo sessuale e mi lasciò impietrito per parecchi istanti, almeno finchè entrambi non si accorsero di me. Sentii le imprecazioni di quello scnosciuto, le proteste di mia madre mentre lui si alzava, si sistemava le braghe per coprire la propria virilità e mi afferrava per il coppetto per buttarmi fuori, non prima di avermi dato due manrovesci sul viso, immagino per la rabbia di essere stati interrotto. Non fu per il dolore o la paura che la seconda lezione mi fu subito chiara, fu per quell’oltraggio, per quella rabbia, per il disgusto nel vedere mia madre a quel modo, in quella stanza che era solo nostra. Da quel momento in poi, seguendo uno dei pochi moti di saggezza del mio essere infantile, non entrai più in casa quando sapevo che mia madre intratteneva clienti.
Viviamo in un mondo strano, un mondo in cui si ritiene perfettamente normale infierire sui più deboli e comportarsi come se si fosse immortali, almeno finché non ci si ritrova alla fine del cammino. Io non conoscevo molto del mondo, allora, perché mia madre non era in grado di farmi vedere o capire molto e il gigante se n’era andato troppo presto. Ora so che mia madre apparteneva alle genti del Deserto, meglio conosciute nel mondo come le Fiamme nascoste, coloro che avevano scoperto la ricchezza tra le sabbie. Era una stirpe antica, nata dal sole, si diceva, dal sole e dal sangue dei viaggiatori, dei banditi e dei mercanti che ne avevano tentato la traversata. Gli storici hanno ipotizzato fossero un popolo reduce dal disastro della Prima Conquista, apparentenente ad una delle tante civiltà spazzate via dalle guerre e di cui pochi hanno memoria. Comunque sia andata, queste strane genti dalla chioma rossa si adattarono bene al clima invivibile del deserto, sfruttandone i venti, le oasi, le ricchezze nascoste sottoterra. Nacquero menti brillanti tra quelle sabbie, in grado di teorizzare una fitta rete di canali sotterranei per sfuggire al calore e per sfruttare al meglio le risorse del sottosuolo. Le cittá crebbero attorno alle oasi e gli artisti cominciarono ad affollarle, ansiosi di servire i ricchi mercanti o i potenti signori di quelle terre. Levarre l’Albino decorò il palazzo della capitale con affreschi talmente realistici da far sembrare vive le figure rappresentate a seconda di come la luce si rifletteva su di esse. Qualcuno dice persino che in quei disegni fosse raffigurata l’intera storia di quello strano popolo e che dopo una tale fatica Levarre perse l’uso delle dita e non potè più disegnare neppure il più piccol scarabocchio. Vennero ideati meccanismi così sofisticati da riuscire a portare la luce del sole nel sottosuolo, da incanalare la poca acqua presente per rendere quelle città sepolte dei giardini meravigliosi. Gli abitanti di quelle terre vestivano in maniera semplice, ma raffinata e spesso le loro vesti, nonostante le apparenze facessero intuire il contrario, venivano a costare più di una qualsiasi casa in qualsiasi altro angolo del mondo. Come in molti popoli fiorenti, la cultura era diffusa, la libertà praticata in ogni sua forma, la pace regnava incontrastata. Le donne di quelle terre per anni rappresentarono il modello di bellezza per tutti gli altri regni, con la loro chioma rosso fuoco e i loro modi acculturati. Si dice che la moglie di un mercante o di un artigiano in genere conoscesse almeno tre lingue, sapesse leggere, scrivere e fare di conto con la stessa bravura di uno scrivano e riuscisse ad amministrare la casa nel migliore dei modi. Pensando a mia madre, capisco come tutto questo sia andato perduto all’alba della Seconda Conquista.
Un grande popolo attira grandi nemici, grandi nemici portano grandi guerre. Si dice che sia stato il popolo del Deserto a iniziare, altri dicono che, dato il loro comportamento pacifico, furono attaccati e traditi. Gli storici a volte, forse, mettono un poco troppo cuore nelle proprie ricostruzioni, ma se devo scegliere una versione, onestamente preferisco quella meno tragica. Forse ci fu un traditore, forse, come sempre, queste guerre nacquero da bisogno di conquista, o da intrighi politici. Allora sulla gente del Deserto regnava una Regina, a quanto si ricorda, passata alla storia per la sua bellezza, ma non per la sua astuzia. Fu una questione di cattive alleanze e in pochi mesi sul Deserto si riversarono eserciti di molteplici signori, tutti in cerca di ricchezze, tutti con l’obiettivo di spartirsi quei territorie così fiorenti. I venti e le sabbie erano alleati delle Fiamme, ma non potevano fermare per sempre gli uomini che continuavano a tentare di conquistare le città sotterranee, con la stessa tenacia delle locuste, ma con effetti di gran lunga più devastanti. Alla fine furono circondati e furono costretti a prendere una decisione radicale, la peggiore. Una dopo l’altra, le città sotterranee vennero sommerse dalla sabbia, sepolte allo scattare di meccanismi di difesa che nessuno si augurava davvero di utilizzare. I tesori di una civiltà vennero spazzati via assieme a gran parte della popolazione che non riuscì a lasciare le proprie case in tempo. Si dice che ancora oggi, tra i pochi cunicoli ancora in piedi, si odano le voci disperate delle decine di famiglie rimaste sepolte tra quelle ricchezze.
La bella Regina venne presa prigioniera, a quanto pare, o forse secondo alcuni venne data in sposa ad un signorotto dai gusti esotici, oppure fu una delle poche a scappare in qualche terra lontana, al riparo dalle mire avide di quei regni. Il resto del popolo scampato alla distruzione delle città venne cacciato nel deserto e braccato, disperso in ogni angolo del mondo conosciuto. I mercanti, gli studiosi, gli artisti, le grandi menti e i grandi guerrieri vennero ridotti a mendicare per vivere, a occuparsi dei lavori più faticosi, a lottare per la propria stessa sopravvivenza. – To be Continued…

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