Virgilio – Racconti a puntate

Capitolo I – Continua

Copyright© by Carla Saltelli

Due minuti dopo, il nostro soggetto sta già scendendo per le scale di un palazzo ben curato, ma non eccessivamente pretenzioso. Nonostante la notte ormai alle porte, l’unico occhio funzionante è schermato da un paio di occhiali da sole che ricordano, in maniera inquietante, la moda degli anni ’80. Le strade sono meno intasate e l’aria è appena più pulita, ma Ravenna rimane pur sempre una cittadina da cui è meglio guardarsi. Nessuno incrocia la sua strada mentre si fa largo verso la portineria deserta e poi nel cortile curato, ben separato dalla strada da un’alta recinzione. Oltre le siepi scure, occasionali e sparuti veicoli attraversano l’orizzonte, lasciando una scia di rumore e di puzza.

“Pensavo peggio.” La rassegnazione invade corpo e mente per un breve istante, ma l’uomo ha le spalle larghe e una buona resistenza al cambiamento. La città deve sembrargli famigliare, o, per lo meno, non del tutto sconosciuta, ma la sua attenzione è spesso sviata. I particolari gli sembrano affascinanti, come la coppia di ragazze scarsamente vestite che gli scivola di lato, in una nuvola di profumo. O grotteschi, come i palazzoni ai lati della strada, vagamente simili a degli enormi alveari di cemento, vetro e metallo.

In un certo senso, per essere un mostro appena uscito dal fango, pare troppo sicuro di sè o troppo ingenuo, persino per una zona relativamente sicura della città. Tra le dita si rigira il foglietto di poco prima quasi come se dovesse tenere impegnato chissà quale pensiero martellante, ma non lo consulta mai.

Riconoscere un veicolo degli anni ’80 non dovrebbe essere difficile, specie quando viene usato come sgabello da un individuo più che notevole, appoggiato allo sportello anteriore. È la vista di quest’ultimo, più che del bolide che un tempo avrebbe suscitato invidia negli altri maschi e attrazione nelle donne, che fa fermare il fu mostro. L’altro uomo è sicuramente uno di quei figuri che farebbero cambiare strada alla maggior parte delle persone, anche ai soggetti provvisti di una dose massiccia di coraggio.

Il capo rasato, le vesti scure e gli occhiali da sole dipingono un buttafuori quasi perfetto, se non fosse per l’espressione evidentemente mite. Su quest’ultima, tuttavia, si potrebbe soprassedere grazie alla dose fin troppo elevata di muscoli tesi e lasciati in bella vista dalle alte temperature e dall’abbigliamento più informale. Decisamente più imponente dell’altro, sembra condividere con il nostro uomo dei tratti antichi, leggermente sporgenti ed evidenziati da un paio di sopracciglia abbastanza folte da apparire perennemente aggrottate.

Finchè non sorride al nuovo arrivato, la mascella squadrata ha persino qualcosa di severo, “Virgilio!”.

C’è la stessa espressione serena e soddisfatta nel mostro, ma c’è più calcolo, come se fosse un gesto studiato, “Bruto.”

Le braccia di entrambi si alzano all’unisono e si tendono, stringendosi attorno a spalle robuste, che vibrano appena sotto pacche amichevoli. Virgilio è il primo ad allontanarsi, con un lieve colpo di tosse e una smorfia di scherzosa accusa, che dura meno di una frazione di secondo.

“Una faccia amica. Era ora.” Il suo occhio buono scruta la figura dell’altro: sulle braccia ci sono cicatrici ben visibili sotto la carnagione olivastra. Un lungo segno bianco si fa strada da sotto la maglietta scura, attraversa il collo e arriva a sfiorare il mento robusto. Nonostante l’aspetto e il contegno, il nuovo venuto non dimostra più di venticinque anni, al massimo, un’età bizzarra per un volto così cupo. Ogni fibra della sua figura pare urlare e indicare al dovere, al rispetto ed alla riservatezza e forse è questo, forse è un legame troppo complesso da poter essere intuito dall’esterno, ma nell’avvicinarsi dei due c’è parità. Nonostante uno sia evidentemente più in forze e robusto dell’altro, l’arroganza non sembra essere parte dello scambio di sguardi che in pochi istanti sostituisce un’intera conversazione.

Ad un occhio esterno, i convenevoli potrebbero essere a stento iniziati, per i due soggetti sono finiti nel momento in cui si sono ritrovati e salutati, con il rispetto di due anziani.

“Temevo che ti avrei trovato delirante in mezzo alla strada.” La voce di Bruto è mite e risuona di una calma quasi pacifica nel grosso petto.

“Ho visto di peggio. Sono passati solo trent’anni dopotutto.” Non c’è ironia nella voce dell’altro, ma la sua pazienza non gli impedisce di notare la tensione dell’amico.

La mascella del gigante si serra e nel momento in cui gli sguardi si incontrano ancora da dietro le loro protezioni, entrambi sanno che quel segnale è stato notato. Lo sguardo di Virgilio rimane su di lui, come a voler studiare il nervosismo dell’amico, mentre il silenzio si dilata e i suoni esterni li aggrediscono.

“Che ne dici se ci spostiamo?” Propone alla fine, con la stessa calma di prima, per estrarre una sola chiave da qualche tasca, in un istantaneo lampo metallico.

Bruto annuisce, rigido per qualche strana sensazione che nemmeno lui sa spiegarsi, ma alla cui riflessione ha già rinunciato.

I due si avvicinano alle portiere con uno scatto vagamente militare, in un’armonia che sa di antico, più di quanto si possa intuire dalle loro parole. Virgilio si guarda attorno con maggiore attenzione, tipica di chi ha trovato un appoggio sicuro, un punto di riferimento a cui appigliarsi per poter scrutare il mondo attorno con sicurezza. Non riconosce questa parte di Ravenna, forse troppo mutata negli anni, forse semplicemente oscurata dai palazzi: sembra uno scorcio cittadino lontano abbastanza dalle bellezze storiche da non attrarre masse di turisti, ma non abbastanza da impedire loro di vederne sfilare qualcuno, di tanto in tanto.

Queste coppie sperdute vagano con una meta in mente che non conoscono sul serio, non bene come vorrebbero fare credere le promettenti cartine che questi stringono tra le mani.

L’aria della sera sembra troppo poco fresca, troppo poco scura davanti al mostro, tanto da fargli aggrottare la fronte in un leggero fastidio, quasi annoiato.

Nell’aria della sera di fianco a Bruto, un’ombra si muove più vicina, innocua quanto la sua mano tesa ad offrire qualcosa.

Mano a mano che la figura si avvicina, interrompendo di fatto i movimenti dei due, si vede distintamente una paccottiglia di plastica dondolare dalle sue braccia, come una tenda di perline colorate e tintinnante. Ordinate, un tempo, ma adesso ammassate dai movimenti frettolosi del ragazzo che sta camminando verso di loro, ognuna di loro termina con un piccolo crocifisso. I suoi tratti sono sufficienti ad identificarlo come uno straniero nella grande città, un tipo particolare di straniero su cui grava una pesante etichetta da indesiderato.

Nessuno dei due uomini pare turbato nel vederlo, neppure il vecchio mostro, sebbene quest’ultimo appaia quasi incuriosito di fronte ai tratti esotici e all’accento che marca ogni sillaba.

A giudicare dalle poche parole comprensibili, ripetute più volte, quasi con una fede incrollabile, sta cercando di vendere loro quelle stesse collanine di poco conto, in un trillare di perline. Il cenno di Bruto, noncurante e ben più abituato del suo amico ad avere a che fare con tali incontri, cerca di interrompere quella litania, finchè una parola non ferma il duo, come una campana ferma il Diavolo. La mano del gigante rimane lì a mezz’aria, l’occhio buono del mostro si sgrana appena sotto l’effetto di una sorpresa che, evidentemente, non deve essere abituato a provare.

“Cos’hai detto ragazzo?” Il mostro si sfiora un orecchio con l’indice, come ad addossarsi con leggerezza la colpa della sua mancata comprensione.

“Talismani. Per proteggere, voi comprare. Per vampiri.”

Entrambi fissano il ragazzino come se la sua figura si fosse materializzata davanti a loro solo in quell’istante, facendosi tangibile e pericolosa.

Il petto di Virgilio si alza in un respiro che sa di sopportazione e di pazienza, il suo diaframma si contrae per qualche istante, mentre lui guarda l’amico. Bruto, nel ricambiare lo sguardo, sa bene che se fossero soli dovrebbe già temere una sua reazione, severa quanto immotivata.

“Sul serio? E puoi mostrarmi questi talismani?” Sembra si stia rivolgendo più ad un bambino, o ad un animale, che ad un essere umano consapevole e pensante, eppure gli occhi del ragazzo si fanno fissi e il suo corpo si immobilizza in maniera innaturale. Le sue braccia, pesanti per quegli amuleti di poco conto, rimangono tese di fronte a lui, senza neanche un tremito a scuotere le dita. Il mostro si avvicina di qualche passo e scruta quella chincaglieria con interesse, ma nessuno sembra stupirsi quando una sua mano riesce a sfiorare i crocifissi senza subire alcun danno nel processo.

“Non santificati. È una consolazione.” Mormora, attento, facendo rilassare qualche tipo di tensione nel corpo massiccio dell’amico. L’occhio buono del mostro si sposta, da dietro le lenti scure, al volto del ragazzo e poi più giù, da qualche parte sotto il suo mento, ma non più in basso del suo petto. La stessa mano che ha sfiorato con tanta delicatezza quella plastica rovinata si alza a scostargli l’orlo della maglietta. Il viso del ragazzo non reagisce a quella vicinanza quasi sconveniente, nè sembra rendersene conto, perso in un pensiero che pare più importante ed emozionante di qualsiasi cosa lo circondi.

La stoffa rivela una sottile catena di acciaio, ma non è il modesto valore di quel pendente a fare sbuffare Virgilio, “Questo sì, però.” Nota, con calma. Nel silenzio innaturale del trio, si diffonde uno strano rumore, quasi un sibilo, od uno sfrigolio, accompagnato da un sottile odore a metà tra il bruciato e il marcio. È una sfumatura appena percepibile, che forse arriva alle narici del ragazzo, prima che a quelle di Bruto. Quando quest’ultimo si accorge dell’anomalia, la mano del mostro è già lontana dalla maglietta e dalla catenella, “Bravo ragazzo. Ti tieni lontano dai guai, non è vero?”

Il venditore annuisce appena, mosso da una convinzione che non pare appartenergli del tutto, ma che, nonostante questo, rende i suoi movimenti sicuri.

“Continua così.” Il mostro estrae dalla tasca una banconota con un gesto amichevole, quasi, lo stesso gesto con cui depone i soldi nella mano libera del ragazzo, “E vatti a mangiare una cosa.”. Solo Bruto, forse, nota un segno poco gradevole sulle dita dell’amico, una scottatura agli inizi appena comparsa. Nessuno dei due sembra inquietato da tale ferita, forse perchè in poco tempo scomparirà, o forse perchè entrambi sono abituati a situazioni peggiori e ben più macabre. Quando le portiere si chiudono e la macchina parte, il venditore si risveglia da un sogno che pare quasi essere stato piacevole quanto breve. La sua mente, leggermente rallentata, ha un nuovo tarlo a cui dare tregua non è mai parso così facile. Per una volta, il ragazzo si dimenticherà che parte dei soldi guadagnati sono dovuti a coloro che l’hanno riempito di talismani e spinto su quelle strade e si limiterà a riempirsi lo stomaco accanto a qualche turista. E mentre il venditore si dirige verso il più vicino baracchino profumato di spezie e di casa, la macchina avanza con una certa difficoltà per le strade della città.

Non c’è silenzio tra la pelle consumata, non più di quanto non ce ne sia fuori dai finestrini appena abbassati, “È per questo che mi avete svegliato, quindi.”

Virgilio pare tranquillo, nonostante il suo occhio si sposti spesso lungo la strada davanti a sè, come circospetto, attento in un ambiente sconosciuto. Trent’anni sono poca cosa se paragonati al fluire complessivo del tempo, ma sono altresì in grado di mutare qualsiasi prospettiva umana e non.

“Anche.” Bruto non deve essere un uomo loquace, perchè la sua breve risposta non viene accolta con particolare esasperazione.

“Anche?” Il volto del mostro si contrae per lo stupore, “C’è altro?”

“Problemi ai confini. Lupi.”

Sembra una condanna di qualche tipo e sicuramente a Virgilio deve sembrare tale, da come si appoggia con una stanchezza quasi incredibile per qualcuno che ha dormito tanto.

“Lupi. Da quando sono un problema?”

Al di fuori della macchina l’asfalto scotta ancora per i residui di un sole che nessuno dei due è intenzionato ad incontrare.

“Gira di là. La sede è cambiata.” L’informazione viene quasi recapitata assieme al rifiuto di rispondere a qualsiasi domanda il gigante trovi superflua. I due sono amici da troppo tempo per lasciare che la cosa turbi l’umore di uno dei due, per cui il mostro si limita a sbuffare ed ad eseguire, in una manovra secca.

“C’è altro?”

Nessuna risposta, di nuovo, ma questa volta il silenzio non ha il sapore di un rifiuto, bensì di un’esitazione fin troppo chiara.

“Bruto. Non è consigliabile che lo scopra da solo.” Non sembra una minaccia, la sua, ma è difficile distinguere qualcosa in quel tono tranquillo. Il mutismo questa volta ha breve vita, ma in esso risuona un colpo di clacson, provocato da una manovra altrettanto secca a cui segue una breve imprecazione.

“Forse avrei dovuto far guidare te.” Ammette il mostro a mezza voce, con un fastidio evidente.

“Ci sono degli screzi tra i Clan. Come quelli di un tempo.”

La notizia non potrebbe apparire allarmante ad un orecchio esterno, ma, evidentemente alle orecchie del mostro sembrano suonare allarmi con una voce tutta loro.

“Definisci. Come a Budapest?”

“Come ad Istanbul.”

Nell’imprecazione che segue, l’accento romano macchia la bella voce del mostro, dandogli una curiosa sfumatura bizzarra, quasi ridicola.

“Potevate risvegliarmi prima. O lasciarmi dormire.” Prosegue, con un’ironia appena accennata, come un aroma leggero.

Bruto non è abituato neanche al sarcasmo, per cui tace e si limita a guardare fuori dal finestrino, verso un paesaggio che gli è fin troppo famigliare. Sulle strade le temperature alte attraggono più curiosità e voglia di vivere la notte che in qualsiasi altro periodo e le strade sono soffocate, i negozi svegli, la sera rischiarata. Non c’è posto per una creatura che rifugge la luce, in un quell’orgia di colori e di suoni, in quel guazzabuglio di luci troppo forti e di stelle assenti. Bruto non viene messo a riposo da almeno duecento anni, una cosa normale per un Generale, eppure mai come in questo momento sente il bisogno di un poco di sollievo da questa luce imperante. Il traffico ha la stessa vivacità di un lungo verme che avanza lungo una scia di colla appiccicosa e maleodorante, i movimenti secchi, lenti. In difesa di Virgilio va detto che almeno pare avere confidenza con una macchina ormai vetusta, per il decennio in cui si trovano, anche se le bizze di un motore sconosciuto spesso si fanno sentire.

“La nuova Regina verrà scelta tra tre giorni.” L’annuncio non ha alcuna solennità, ma da parte di Bruto non ci si attende nulla di più. Essendo l’unico Generale del clan ad essere più antico di Virgilio, sebbene solo di pochi anni, ha visto almeno una ventina di Regine susseguirsi nel corso della storia. Ognuna di loro ha governato con una sottile sfumatura di personalità propria, ma il flusso delle scelte del clan non é mai cambiato davvero.

“La nostra imperatrice bisbetica è morta?” Nonostante l’evidente soddisfazione nelle sue parole, evidente come le luci attorno a loro, c’è dello stupore sul volto del mostro.

“Non chiamarla così.” Bruto ha smesso di rimproverare l’amico per i suoi modi da secoli, oramai, ma ogni tanto qualche vaga sfumatura severa scivola ancora nella sua voce e nei suoi atteggiamenti. Nulla potrebbe comunque temperare il carattere dell’altro, un’impresa troppo difficile verso un individuo che ha vissuto troppi anni, accumulato troppo potere ed è stato messo a dormire per secoli più volte. Ogni tanto Bruto osserva l’amico, lo scruta in quegli istanti in cui l’attenzione dell’altro sembra essere altrove (anche se non è mai così del tutto) e si chiede come egli abbia fatto a rimanere presente, a rimanere vitale, nonostante tutto.

“Devo ricordarti cos’è successo nel ’73?” C’è un sorriso represso sulle labbra del mostro che contagia, a fatica, anche il volto dell’amico.

“Brute carro, potrresti allacchiarmi il buste?” L’accento che viene imitato subito dopo, oltre ad avere un evidente timbro più femminile, è quello più noto e ridicolo quando si parla di tedeschi o austriaci alle prese con la lingua italiana.

“Era una donna molto complessa.” È la cauta risposta di Bruto, sebbene sia difficile ormai definire severa la sua espressione.

“Anche allacciare il suo busto lo era. Quanto ci hai messo, un’ora, due?” Virgilio sa benissimo che non avrà risposta a quella domanda: non per vergogna, ma perchè entrambi conoscono a memoria la storia, così come il resto del clan.

“Devi ammettere che si preoccupava per tutti noi.” Una volta soppresso un sorriso inappropriato, Bruto cerca una conferma nel buon cuore che sa di non poter trovare nell’amico. Per fortuna, il suo spirito ragionevole e una forte educazione impedisce a Virgilio di negare alcunchè.

“Era molto premurosa. E molto fragile, sia in vita che nella morte. Ma ha fatto il suo dovere, alla fine.” È una constatazione pacata, fin troppo lucida per poter essere intaccata dall’affetto o dal lutto. Nessuno dei due sembra in grado di notare questa mancanza, mentre la macchina rallenta fino a fermarsi, in un parcheggio ristretto tra qualche protezione traballante. Attorno a loro c’è ancora il puzzo del cemento caldo, lo sfrigolio lontano di un qualche baracchino intento a vendere del cibo a turisti troppo ingenui per accorgersi dei prezzi elevati. Non deve essere una serata di piena per il teatro dalle luci semi spente, unico edificio in tutto il centro storico ad essere ancora sobrio e parco di luminarie.

“Teatro Alighieri?” dietro la sorpresa c’è quasi una lieve meraviglia che Bruto non sente nell’amico da qualche secolo.

“Hanno lasciato decidere me in merito alla base.” Replica lui, con il solito tono severo. Poi, tuttavia, si sente in dovere di aggiungere, quasi lasciando trasparire parte dell’amicizia che lo lega a quel soggetto bizzarro, “Ho pensato che potesse essere di tuo gradimento.”

Non c’è silenzio in questa zona di Ravenna, ma non c’è nemmeno il solito frastuono delle parti più convulse e centrali: in una simile quiete momentanea, si sente la melodia discordante degli strumenti durante le prove, il trambusto attutito di qualche impiegato indaffarato. È una struttura imponente nella sua semplicità, quella che si para loro davanti, elegante nel non essere pretenziosa, classica, sebbene con qualche accenno di modernità. È indubbiamente un edificio che si fa notare, che salta all’occhio rispetto alla massa di case e di muri anonimi di cui si circonda, eppure ha quell’anonimato delle strutture secondarie. Il tipo di anonimato, insomma, che attrae l’occhio di un turista, ma non la sua attenzione, non a lungo, almeno.

“È perfetto.” Il tono del mostro è così convincente e così felice che per un istante Bruto sente un’ondata di euforia o forse di gioia, anche se qui la sfumatura risulta ardua da afferrare, “Grazie.”

Per quanto Virgilio sia abituato a consegnare i propri ringraziamenti con eleganza e, talvolta, con una cortese sincerità, Bruto non è avvezzo a riceverne. La sua risposta è un cenno del capo, sobria nel silenzio che li avvolge, anche se ancora per poco.  Fuori dal Teatro sono stati appesi dei cartelli molto chiari per chiunque volesse avvicinarsi: l’ingresso appare chiuso per ristrutturazione e cambio gestione, un modo ironico, riflette Virgilio, per definire l’intera situazione. Non c’è alcuna guardia visibile, ma il mostro avverte quasi la presenza dei suoi simili, nascosti appena dietro le porte, dietro le finestre, nei paraggi, al riparo dalle decorazioni o dietro le poche macchine parcheggiate. Non sono un pericolo per loro: l’ingresso del Teatro è già aperto, inspiegabilmente, e la musica si è fatta più consistente.

“Bruto?”

Nonostante il silenzio, il mostro sa di avere l’attenzione dell’altro.

“La prossima volta che mi risvegli ti ammazzo.”

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