The Wolf’s Witchcraft

CAPITOLO 1 – CONTINUA

Copyright© by Carla Saltelli e Michela Rusconi

Molti riuscirono a trovare una nuova casa e una nuova vita, unendosi felicemente a dei popoli più tolleranti e incuriositi da quella strana gente. Altri, invece, vennero perseguitati per il loro essere diversi, in scarso numero e nella più assoluta povertà. Città considerate civili organizzarono battute di caccia, roghi e torture solo per disfarsi di quei criminali dai capelli rossi che non avevano diritti, neppure quelli più basilari. In alcune civiltà nacquero persino tradizioni popolari che predicavano una totale diffidenza verso coloro che nascevano con i capelli rossi: erano individui malvagi, anormali, tendenti a sviluppare un carattere violento e sanguinario.

Credo che uno dei modi per assicurarsi che una famiglia non fosse funestata da una nascita simile fosse bere del sangue animale fresco per appagare la violenza insita in queste strane creature. Alcuni dicono tuttora che solo le streghe hanno figli dai capelli rossi, perchè si sono unite alle fiamme e da queste le hanno generate. Credo che la madre di mia madre venne esiliata dal villaggio proprio perchè partorì una di queste terribili creature dalla chioma rossa. Non fu il solo, da quello che so, ma pochi di questi bambini maledetti sopravvisse fino all’età adulta. Mia madre disse che probabilmente da qualche parte nel mondo c’era un suo fratello o una sua sorella che erano riusciti ad attraversare il bosco indenni e a trovare una strada sicura verso una nuova vita. Era una storia che aveva cominciato a risultarmi poco credibile fin dai miei sette anni, ma non dissi mai nulla alla mia madre bambina.

Nelle Lande la vita procede monotona e la nostra non faceva eccezione: tutti i villaggi attorno erano in attesa di una qualche nuova ondata di conquiste o del passaggio della prossima grossa banda di briganti. Quelle terre erano in perenne attesa, dopotutto, uno stato di sottile ansia e malcontento e noia che aleggiava dappertutto come la nebbia che avvolgeva quei luoghi. Le Lande non erano terra di nessuno, contese e divise tra signori troppo poco motivati da una terra tanto povera da volersi davvero opporre alle varie guerre o scorribande. Tuttavia, negli anni che passai in questo posto inospitale, nessuna battaglia venne mai a rompere la monotonia, nessuna invasione, nessuna incursione di banditi. La vita procedeva lenta, gli uomini si alternavano nella nostra casupola, come sciami fastidiosi di mosche in cerca di cibo, ma portando con sè quelle poche monete necessarie alla nostra sopravvivenza. Io imparai in fretta ad addentrarmi nel villaggio senza essere cacciato malamente, anche se il più del volte rimediavo un colpo o una sassata.

Non era importante, dal momento in cui riuscivo a portare a casa cibo diverso da bacche o radici. Imparai a muovermi tra le strade, ad aspettare l’arrivo di una carovana per entrare al villaggio senza attirare l’attenzione, imparai a trovare i mercanti che potessero vendermi del cibo nonostante non fossi gradito al resto dei compaesani. Mi aiutava Il fatto di non avere la chioma rossa di mia madre, ma semplici capelli scuri, una zazzera nera che cresceva con facilità costringendo mia madre a farmi una semplice coda disordinata o, quando si sentiva ispirata, una treccia rudimentale. Non ho mai capito perchè non volesse tagliarmeli, ma non mi opposi mai e i miei capelli rimasero lunghi anche quando raggiunsi l’età adulta e seppi prendere in mano un paio di forbici senza ferirmi.

Quando compii cinque anni senza saperlo, la nostra monotonia fu spezzata da un arrivo inatteso, qualcosa di inaspettato e incredibile, per un bambino. Ho dei ricordi confusi sul periodo che precedette questo evento, ma mi pare ancora di vedere mia madre mentre sorride, un bel sorriso tranquillo, e mi fa posare una mano sul suo ventre gonfio. Non avevo idea di cose significasse, ma mi sembrava bello, mi sembrava rassicurante, come il sorriso di mia madre. Per un po’ di tempo gli uomini smisero di arrivare alla nostra piccola casa e anche se questo voleva dire meno cibo, penso di aver sopportato volentieri la fame. La casa era di nuovo nostra, la mia innocente madre bambina lo era e tutto era perfetto così, anche con il contorno di bacche stufate e zuppa di radici.

Se oggi mi chiedessero come avrebbe potuto reagire un bambino piccolo dinanzi ad un parto, devo ammettere che non saprei rispondere. Ricordo bene quando arrivò il momento, ricordo il dolore di mia madre, ricordo il sangue, tanto, davvero troppo sangue. Aveva un odore disgustoso e allo stesso tempo stranamente famigliare e in poco tempo macchiò il pavimento marcio della nostra casa e le vesti di mia madre. Lei non urlò, non so bene perchè, forse lo fece per non spaventarmi, perchè aveva pietà di quel bambino che le stringeva la mano e la guardava terrorizzato. Mi piace pensare che fu quello il momento in cui realizzò di essere lei l’adulta a cui era richiesto un sostegno e non il contrario. Partorì in ginocchio, tenendo stretta con una mano la mia spalla e con l’altra la sedia che il gigante ci aveva costruito e che era l’unica cosa che potesse sostituirlo, in un momento simile.

Ricordo che quell’attesa, quel momento straziante durò un’eternità e alla fine, da sotto le gonne, cominciò a spuntare una creatura insanguinata e nuda. Mi sporsi per prenderla ancora prima che mi fosse chiesto e in quell’istante, quando mi ritrovai le braccia macchiate di sangue e quella specie di scimmia nuda e urlante addosso, seppi di avere una sorella e l’amai. Fui io a reggerla fino a che nostra madre non smise di sentire dolore e non si trascinò a letto, fui io a lavarla nell’acqua chiara di un secchio, prima di deporla tra le coperte, lasciandole cercare il seno materno per nutrirsi per la prima volta. Badai io alla casa per i primi giorni, con l’ingenuità e l’inesperienza propria dei miei cinque anni, ripetendo solo quello che vedevo fare a mia madre di solito. Penso che mi ustionai un paio di volte solo per preparare la cena, quasi persi il secchio nel tentativo di portare acqua a casa per lavare il pavimento insanguinato. Alla fine eravamo tre persone sporche, non molto nutrite, ma stranamente contente, perchè la bambina era sana, perchè nostra madre era sana e questo era un piccolo miracolo, per gente come noi.

Dopo qualche giorno, mia madre fu in grado di nuovo di camminare e occuparsi di tutte quelle mansioni che io avevo trascurato, ma non riprese a prostituirsi, non subito. Forse nella sua mente c’era la dolce e ingenua convinzione che bastasse poco per essere felici e che si potesse vivere con quello che ci dava il bosco. Ma l’inverno avanzava e lo scarso cibo impediva a nostra madre di nutrire a dovere mia sorella, causandole pianti incontrollati per la fame che mi spezzavano il cuore. Tentai di tutto per tenerla lontana dalla strada, cominciai a fare piccole trappole per conigli, mi tolsi la maggior parte del cibo per darlo a lei, rubai. Non era difficile, dopotutto, ormai avevo imparato a nascondermi tra i carri e ad arrivare alle bancarelle del mercato seguendo solo l’olfatto. Il difficile era uscire indenne, perchè era quasi impossibile afferrare del cibo senza essere visti, ma le botte, la paura o gli insulti andavano bene. Eppure tutto questo non bastava, alla piccola serviva più cibo e le serviva in maniera costante. Piansi quando vidi nostra madre rimettersi l’abito buono per uscire, mi aggrappai alle sue gonne con tutta la forza di cui ero fornito, la pregai. Lei mi diede uno schiaffo, il primo e ultimo, e se ne andò, disperata quanto me, ma con la nuova consapevolezza di dover badare ai propri figli.

Nel pomeriggio, quando arrivò il primo uomo, io presi mia sorella e la portai nel bosco a vedere gli animali, a vedere gli alberi, a mostrarle tutto quello che il gigante mi aveva mostrato, un tempo. Lei mi aiutò a tornare alla vecchia vita, alla vecchia monotonia che con lei non sapeva più di monotono. Io forse l’aiutai a vivere, ma non saprei, ancora oggi non ne sono così convinto, sebbene lei affermi il contrario. La vidi crescere con meraviglia, ignorando chi fosse l’uomo che l’aveva concepita forse esattamente come nostra madre. Non ci sembrò mai grave, dopotutto crescendo mia sorella sembrò sviluppare le fattezze della gente del Deserto e questo bastò a rassicurare tutti e tre. E mentre la sua chioma rossa cresceva, qualcosa di strano cominciò a prendere forma, in me. A sei anni mi ritrovai a non essere più una piccola bestiola magra e affamata, ma, pur con gli stessi miseri pasti di un tempo, iniziai a irrobustirmi, a sembrare più un normale bambino, uno dei tanti che scorrazzavano in paese. Divenne più facile nascondersi tra le strade, nonostante fossi sempre sporco, scalzo e con gli abiti logori e le mie abilità di ladro miglioravano. Ero più veloce, più silenzioso, mentre quegli uomini grandi e grossi sembravano essere più pesanti e stranamente lenti. Mi ritrovai a riconoscere l’odore del cibo fin dall’entrata del villaggio e a seguirne la scia fino alla fonte, distinguendola tra centinaia di altre. Un giorno riuscii persino a classificare l’odore di un gruppo di abitanti, riuscii a rendermi conto del profumo di mia madre mentre la seguivo verso la strada, attraverso il bosco.

Non lo trovavo strano, erano tutte cose che si erano sviluppate con il tempo, permettendomi di farci l’abitudine senza esserne terrorizzato. Non mi sentii differente, perchè sapevo già di essere diverso da ognuno di quei bambini paffuti che girava per il paese a fianco delle loro madri. Loro non sarebbero morti presto, non dovevano lottare per vivere. Non avevano ricevuto un dono meraviglioso come quella piccola bambina che mi seguiva ovunque andassi e che piangeva quando io mi allontanavo per andare in paese. Per la prima volta, iniziai a ritenermi una persona fortunata, perchè ero ancora vivo e lo era anche la mia famiglia.

Poi il cambiamento arrivò per davvero.

Ricordo che quel giorno ero andato in paese, per recuperare del cibo e i pianti di mia sorella erano stati particolarmente efficaci, o forse ero io ad avere bisogno di affetto. Sta di fatto che nostra madre era via e io non volevo lasciarla sola, per cui me la caricai in spalla, nel nostro personalissimo modo di andare in giro, e mi incamminai verso il villaggio. Ero sicuro di me, sapevo di poter proteggere sia me stesso che lei, sapevo di essere abbastanza silenzioso e veloce da non farci scoprire. Ricordo le piccole mani di mia sorella strette sulla mia camicia sporca, il suo fiato tiepido contro la nuca e il suo stupore nel vedere le misere mura del villaggio che a lei dovevamo sembrare enormi. Riuscimmo ad entrare senza essere visti, nonostante io fossi più visibile con lei in spalla e lei non la smettesse di ridacchiare, forse prendendo le mie mosse per un buffo gioco. Fu a metà del percorso che mi resi conto di non poter proseguire con lei, non se volevo recuperare un po’ di pane. Ricordo che mi infilai dietro un carro abbandonato ai lati della strada e la feci scivolare tra una cassa e una botte, <Qui. Bimba sta qui.> le intimai, nel tono più serio e deciso che mi riuscì, dall’alto dei miei sette anni. Nè io nè lei avevamo un nome, per cui ci chiamavamo con gli appellativi che nostra madre ci riservava, accontentandoci senza fare domande. Di solito io ero “Piccolo” quando l’umore era buono, “Ragazzo” quando era cattivo. Questa volta eravamo decisamente nel secondo caso, <Ra’aho non va. Potta!> biascicò lei, allungando le mani verso di me e cominciando a piagnucolare con quel modo dolce e contenuto che non capisco tuttora da chi abbia preso. Era un modo di piangere da nobildonna, non da figlia di una prostituta. Ignorai il suo comando di riprenderla in braccio e scossi la testa, <Qui. Torno presto.> ripetei, facendole cenno di rimanere nel punto esatto in cui l’avevo messa. Contavo sul fatto che fosse troppo spaventata per uscire e perciò non persi altro tempo e mi allontanai verso il mercato. Non fu difficile rubare quanto serviva: il fornaio si era addormentato con la testa appoggiata sulle braccia grasse, tra la farina e in quella nuvola di profumo di pane e dolci, leggermente guastata dal puzzo di birra che emanava lui, riuscii anche ad arraffare qualche dolcetto alla crema per farmi perdonare. Ormai prendere cibo non era più una sfida e non era più neppure un rischio: quel giorno non sentii neppure la classica stretta allo stomaco o il battito accelerato del mio cuore. Questo almeno finchè non sentii il ronzio fastidioso e preoccupante di un gruppo di persone lì vicino. Me ne stavo tornando verso il carro e verso mia sorella e mentre passavo sotto una bancarella sentii qualcuno parlare della progenie di una strega e lì realizzai il mio errore. Nella mia mente ingenua, i capelli rossi di mia sorella erano bellissimi e famigliari, ma per la gente di questo paese era un abominio. E io avevo condotto la loro vittima direttamente tra le loro braccia, lasciandola anche senza protezione e senza difesa. Forse avrei fatto meglio a buttarla direttamente nel bosco la notte, sarebbe stata una morte certamente più veloce.

Nella penombra dove mi trovavo, la vista mi si offuscò spiacevolmente, tutto il mondo sobbalzò e prima che me ne accorgessi stavo correndo per le strade. Non ricordo neppure adesso di essere uscito da sotto la bancarella e di aver percorso una ventina di metri, ma improvvisamente fui nelle vicinanze del carro e vidi. Vidi mia sorella circondata da uomini, forse ragazzi, che la strattonavano e le strattonavano i capelli. La mia povera, coraggiosa sorellina che non aveva creduto alla paura e aveva provato a seguirmi verso il mercato. Era stata fermata subito, dopo pochi passi, e gettata  nella polvere. Qualcuno l’aveva colpita in faccia e il labbro le sanguinava e il sangue si univa alle lacrime che le rigavano le guance. C’era gente che rideva, gente che imprecava, qualcuno sputò sui suo capelli rossi, altri le gettarono manciate di terra addosso. La vista mi si offuscò ancora, questa volta una fitta di dolore acuto mi colpì alla testa e l’attimi dopo fui addosso all’uomo che torceva il braccio di mia sorella e sentii uno scricchiolio malsano. Gli avevo dato un colpo con entrambe le mani, alla schiena, ad altezza reni, e le sue ossa si erano rotte. Crollò come un sacco svuotato a terra, senza un lamento e io mi precipitai su quella bambina piangente, l’unica cosa che riuscissi ancora a distinguere, nello stato in cui mi trovavo, e l’afferrai con poca grazia. La vista mi si oscurò del tutto e il terrore di venire preso mi assalì con forza, i rumori attorno a me cessarono di colpo e gli odori si fecero più acuti, investendomi con una folata di muschio, foglie marce e terra bagnata.

Qualche istante dopo ripresi a vedere e mi ritrovai nel folto del bosco, con una bambina tremante tra le braccia e neanche una mezza idea sul come fossi riuscito ad arrivare fin lì. Sapevo solo di essere stranamente calmo e che gli odori della foresta erano accoglienti e sapevano di casa, nonostante fossimo ancora ben distanti dalla nostra casupola. La mia vista era perfetta come sempre, il paesaggio era chiaro attorno a me e mia sorella era ancora intera e relativamente illesa. Nel silenzio del bosco, risuonavano solo i nostri respiri spezzati e il pianto scoordinato del fagotto aggrappato con caparbietà alla mia schiena. Sentivo quel suo profumo, come di frutta fresca, anche se non so ancora adesso dire quale, e poco a poco riuscii a convincermi di averla ancora con me, viva. Sentivo il suo ritmico chiamare il mio nome, quello dell’umore buono, un “Pic’holo” soffocato contro la mia schiena e mi resi conto che doveva avermi chiamato per molto tempo, sia prima che la salvassi, sia dopo. Non le chiesi come avevamo fatto ad uscire dal villaggio, nè come due mocciosi come noi si fossero liberati di cinque o sei uomini in una volta sola. Mi incamminai semplicemente verso casa e dimenticai appena ebbi varcato la soglia.

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