Virgilio – Racconti a puntate

Capitolo II – Continua

Copyright© by Carla Saltelli

Oltre la periferia di Ravenna le strade cominciano a svuotarsi, lentamente, come una casa dopo una festa particolarmente rumorosa. La sveglia di Virgilio non è l’unico aggeggio pronto a riportare alla realtà creature di cattivo umore. Lungo una delle vie più antiche e abbandonate, oltre il piccolo bosco sulla sinistra, ci sono schiere di case nuove, fabbricate da una mano leggermente priva di fantasia. Ogni piccola costruzione ha il suo dignitoso cortile, ogni cortile è illuminato appena da lampioni solitari. Si dice che metà delle luci nella città non sia in funzione, ma la via del fiume è chiara e limpida.

Le macchine hanno smesso di percorrerla da un’ora buona ormai, il traffico ha trovato la sua quiete e ogni famiglia ha accolto i propri membri. Dal bosco, cominciano già ad arrivare i primi segni di una fauna attiva, dormiente, solo nascosta alla civiltà, ma sempre vigile. Nell’ultima casa del fiume, il suono delle civette non arriva, ma il silenzio è ben lontano dal dominare il cortile spoglio. Dal cancello umido fino alle finestre aperte, un rumore si ripete all’infinito, un allarme persistente che non suscita panico, ma solo fastidio. Anna fa suonare sempre la sveglia quattro volte, prima di alzarsi per il turno serale. I suoi genitori, troppo distanti e protetti da troppe porte, non possono sentire, ma è probabile che, in caso contrario, il loro pensiero in merito non verrebbe ascoltato. Non c’è nessuna cassa qui, nessuna forza invisibile pronta a stritolare la malcapitata sveglia, solo una mano assonnata, spinta dal bisogno, che la colpisce, disinteressata. La camera da cui ha smesso di provenire quell’allarme è piccola, angusta. Pare la stanza di un bambino, ma priva di qualsiasi decoro, innocenza o bella speranza. Non ci sono poster alle pareti, nè ci sono oggetti variopinti e persino i mobili sembrano una versione ben più misera è più squallida di qualche rimasuglio di arredamento infantile. Il letto, incassato contro il muro, ospita ancora la sua occupante, a malapena avvolta in un paio di lenzuola sgualcite. Il caldo non si è fatto da parte dopo il tramonto, anzi si è intensificato con l’umidità, rimanendo ostinatamente attaccato alla pelle e ai polmoni. Il comodino, proprio a fianco del letto, ospita solo la sveglia sul suo piano opaco e presenta vari segni di mani, di dita, strisce di sporco che il buio nasconde, in parte. Anna aspetta la sveglia per la quarta volta e, quando il segnale arriva, l’apparecchio viene gettato a terra, dove resta in silenzio, finalmente.

Dalla finestra aperta entra la luce dei lampioni e delle poche stelle visibili, ma è la città la miglior fonte di illuminazione per tutte le persone come Anna. Arrivata la notte, tante creature, come formiche, si alzano anzichè coricarsi, escono anzichè cercare riparo. Il buio non sembra più un pericolo quando le fabbriche continuano a lavorare, i treni ad arrivare e l’economia pretende che la catena non si fermi mai. La ragazza ha un modo ben più frugale del mostro di prepararsi, nonchè più pulito: i suoi passi sono cauti lungo il corridoio, avanti e indietro dal bagno lindo. La sua stanza sembra essere l’unica in grado di scampare alla ventata di ordine e pulizia che pare dominare sul resto dell’abitazione. Qua e là ci sono segni dei coinquilini di Anna, due persone anziane, le cui decine di foto riempiono le pareti e i mobili. In quasi nessuna di esse c’è la figlia, ma è probabile che lei non ne sia neppure cosciente. Anna non è una ragazza femminile, sebbene dimostri di non aver superato da poco i venticinque: non si è messa nessun trucco sul viso e la scelta del suo vestiario è ricaduta su di una tuta da lavoro. In quel fagotto di abiti ruvidi e leggeri, persino i suoi connotati spariscono, le forme vengono inglobate nella stoffa e tutto sembra confuso. Anna non deve mangiare, forse perché non si trova a proprio agio in quella cucina troppo pulita. Come ogni notte, declinerà l’attraente offerta di un piatto già pronto e gratuito per fermarsi, sulla strada verso il porto, ad un forno sempre aperto.

Il porto: un luogo che, come molti, non dorme mai in una città. Le strade possono essere deserte, le persone nascoste nei propri letti, ma il porto rimane vivo, rimane illuminato. Con i suoi rami della darsena, il porto si estende fin dentro la città, come un morbo che cerca un ospite particolarmente accogliente. Verso la fine della settimana in quella stessa zona si possono incontrare gruppi di ragazzini e ragazzi, esemplari di una gioventù alla ricerca di un poco di divertimento alternativo. Anna non è mai tra questi: nei suoi pochi momenti di riposo le sue aspirazioni la portano ben lontana da un ambiente simile. – Continua…

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